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Isabella Anna Matera
Trilogia del dettaglio
l
Noi
stiamo
Sospesi
sulle spine avide
Di
un dicembre incauto avaro di sogni
E
passi dimenticati sulle strade
Il
freddo preme l'aria
Nelle
vene e
Una
sottile corteccia
Di
brina avvolge
Chicchi
sparsi d'uva
Sulla
tavola
Una
parola disidratata
Scarlatta
tra
Labbra
sterrate e secche
Cicatrici
da scucire al silenzio
La
tua bocca mi naviga dentro
E
senza rumore.
Passeggiamo
su un cordolo di ghiaccio
Serrati
ad un filo di cotone - il sole è sottile -
E un
vecchio cappotto dai gomiti lisi
Col
bavero alzato, e tutto scorre
Sulle
porte e tra le dita
Dentro
Tutto
scorre
Come
l'abitudine di amarti
Strofinandoti
le mani alle rughe
I
primi capelli bianchi, di neve ed età
Fuori
Le
finestre accostate alle ciglia
Una
panoramica inattesa d'inchiostro
E tu
che mi osservi
Quasi
fossimo una fotografia
Seppia.
II
Ogni
volta Che ti porti via Un pezzo di me
Una
fotografia inclinata sul pianoforte a coda
Uno
scorcio di mare salentino Da una torre
Di
pietre bianche Diroccata e Una greca verde
e
bianca sul muro Dipinto di fresco e vecchie storie
Ogni
volta Che consumi tutto quello che ho
da
dirti E da darti E sento quel vulcano
di
parole Da uscio di casa Alle tre di notte
Ogni
volta Che ti nutri di quello che ho pensato
Per
tutto il giorno Prima di vederti ancora
Ogni
volta Che vai via Porti Per caso in giro
Quattro
Occhi - I tuoi si attorcigliano ai miei -
Non
posso separare calamite - Due labbra - E
le
parole che muoiono - La lenta agonia
del
non parlarsi oltre Dieci dita. Intrecci
di
stoffa ed istanti Ed un cuore in più, Il mio
in
equilibrio, Io che non ho pause tra le parole
III
Scrivere
e parlare su
Questo,
il corpo
Mi
concede la possibilità di ingoiare
Silenzio
e torpore
Di
queste mani che
Senza
ritorno, pretendono
Tempo
di una virgola
Appassita,
e senza ritmo
Atona
Quando
conservo e indico
Tutte
le espressioni congiunte
Di
un tono senza più desiderio
La
vita ha dimenticato il sorriso nel cassetto
E
naftalina tra le piaghe della pelle, la mia
Cicatrice
di un taglio, netto e diretto
Tremo
senza binario
E
senza direzione
Lì
dove non arrivo a sfiorare
Uno
sguardo, una porta, una maniglia
Di
fuga in un confine di labbra
Disidratate
dalle ultime complicità svanite
Di
già: muore su un muro di mancati equilibri
Chi
si adatta ad una parete di convinzioni
L'ultima
volta che hai sfiorato
Questa
bocca, e poi addormentarsi nell'incavo di un
Sorriso,
quieto e la solitudine residua di rossetti di
Confusione:
non riposa mai il buio
E
soffoca
In
silenzio dentro se stesso
In
tutti i sensi, questo è morire
Senza
poter capire, comprendere
Che
fuori è tardi
Troppo
tardi
In
questa penuria di terra e vento
Non
c'è spazio per due volti che si cercano
Accecandosi
Guardo
in faccia il mio nemico:
Disamore
E
senza innocenza nell'alzare la mano
A
tendere il tempo
Per
marcare un addio maturato dalla pioggia
Apparteniamo
a stagioni diverse
Cerco:
il segnale del parto profondo
È
cieco, E scarno di me
Atmosfera
di nebbie avariate
E
assenza di sole
Quello
che ti ho lasciato
Denutrito
dalle lacrime
Senza
luci e in caduta libera
Spengo
gli ultimi errori tatuati sottobraccio e
Commessi
Sulle
punte
Dei
piedi
Mutilati.
Note:
I.
La buccia, dicembre
II.
Ogni volta
III.
Senza pelle
Nel
rumoresuo della stanza, manicemento con lo
Ci
spostiamo sul sentiero di un mese
nuovo,
giorni a solchi neri nei varchi
di
un vetro smerigliato, l'affanno:
è
mia abitudine unire la bocca al freddo
e
lasciarmi impronta e senza usci di case
cercami
all'indirizzo dei tetti spioventi
la
moda delle spalle, imbastiture intirizzite dai primi
- si
gela, lo senti nella pianta del piede
che
non ha radici, no, né regole di passi -
freddi
e nel chiarore, restiamo.
Il
tepore della polvere per la nebbia
è
impressione a lastra di poterci
dimenticare
guardandoci nelle punte delle mani
scuoti
la testa mentre mi chiedi se
con
un vaso e rastrello sarei capace di arrenderti
fiore,
o una spina, comunque pugni serrati
suppliche,
come nelle processioni del paese
le
donne, in scialli e aroma naftalina, pregano
per
le figlie, calpestando le chiazze di cera
delle
promesse, le promesse figlie.
Leghiamoci
le dita per non dimenticarci
indice
a nastro. Non siamo forse scuse
o
perdoni, e ti chiedo di mostrarti e
dimostrarmi
l'insicurezza di un sinonimo:
di
un dialogo preferisco essere occhi.
Immagino
o solo emani nel polsino scucito
- di
nascosto ti ho spiato staccare
fili
da asole, e spuntare aghi al tuo accendino -
magari
possedessi la certezza di un punto
o
croce, ferma, immobile saprei amarti, e da lontano
rincorrermi
riconoscendomi
ho
inciso specchiere
affinché
confondessi le lune
a
punti. Il soggetto è trascurabile ma:
puoi,
tu, risalirmi piano?
Mi
hai portato in dono un davanzale
e
l'ombra di menta, il dettaglio del profumo
emaniamo
corpi, e siamo foglie, mentre
dentro
piove una stanza, diluvia
confondendo
l'argine a muro.
Imbracci
la mano, la vendetta
e
così siamo, collezioni, ritagli
Le
mani, il fuoco
Fucili,
o colpi, o soli o
Salvi.
E mi
urli piano
Di
non temere né guerre
Né
inchiostro ma solo il cemento
Che
lastricandomi
Seppellisce
le città antiche.
Da
dove, ha origine il freddo?
Mentre
punti gli angoli delle sillabe
Blu,
corpo a corpo dieci, quasi tacco
La
fretta dei fogli negli appunti sparsi
Che
il vento sfoglia, riconosci il fruscio
Dell'abbandono
Nei
corpi
Sedotti
per gioco.
In
fila, le orme brunite arrese e
Timide
delle mie ultime sere
Si
stemperano per l'ora di te.
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Isabella
Anna Matera, 19
dicembre 1973. Pugliese d'orgine, vive e lavora a Roma, nel campo
pubblicitario. Laureata in Scienze Politiche, specializzata in
Marketing e Comunicazione, attualmente fa
parte del Comitato di Redazione dell'editore Liberodiscrivere. Di
prossima uscita una raccolta nata dalla collaborazione con altri tre
autori Web edita da Magnum Edizioni a fare da apripista ad un'intera
collana. email: Isabella Matera
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