«La Mosca» e le sue poetesse


Daniela Monreale


Voci dal sottobosco
(Assaporando una grappa al gusto di sottobosco…)

Quando non ci sei
è un vento nero a parlarmi
a chiudermi a portarmi l’inverno

mi sento straniera in casa
quando tu non ci sei
e vado e attendo e lascio
i miei occhi assopirsi
mollemente
incollarsi ai tuoi
dormire in te
che mi accadi in sogno

***

sembra un cosmo tascabile
la mia stanza la mia testa
anche senza pace
sembra un 'shram
con la luce sempre accesa
e l’attesa infinita
il desiderio la paura
l’eterno sbigottimento
pur essendo
un miniappartamento
mi perdo mi ritrovo mi accorgo
che sei sempre
sempre qui
ogni ora
masticata
lentamente
sei nell’aria

***

piovono dalle tue ciglia
le ore
e le saluto scaldandomi
a un bicchierino di grappa
un cigarrillo
un pensierino dolce
che faccia infanzia
e me lo ritrovi accanto
quando c’è penuria di buone cose

un improvviso assaggio di te e di me
che ci stringiamo al fuoco
della riscoperta

***

non essere un segreto non mordere
il vero tra le labbra

fai dei tuoi occhi due finestre
due rami due ortensie
sul giardino del tuo amore

prestami le chiavi
aprimi il cancello
fammi dondolare al sole

***

ora sono qui domani magari
sarò uno spirito del sottobosco

per continuare la parodia
della saggezza metterò gli occhiali
e non mi riconoscerai

ma sempre sarò vicino
sarò un fumetto
una cosa venuta dal grande mare
delle passioni
cercando tesori sotto il mento
lo sguardo assorto
sulle pagine mai scritte
le preghiere mai pronunciate
d’oro e di granito
saranno queste
le mie strade di notte
le mie dita
puntate verso il cielo


(«La Mosca di Milano», N° 12, aprile 2005)

Daniela Monreale (Palermo, 1963) collabora ad alcune riviste culturali (fra cui «Leggere Donna», «Atelier», «Le Voci della Luna», «La Nuova Tribuna Letteraria», «L’Almanacco del Ramo d’Oro», «La Mosca di Milano»), sia come apporti creativi sia come attività critico-letteraria.
- Per «Il Foglio Letterario» ha curato il supplemento annuale di poesia «Bar Code».
- Ha pubblicato diverse sillogi poetiche e conseguito vari riconoscimenti in numerosi premi di poesia, nazionali e internazionali.
- Nell’aprile 2004 ha ricevuto il diploma honoris causa dell’Accademia Siculo-Normanna (Istituto di cultura superiore del Mediterraneo di Palermo e Monreale).
- Nello stesso anno è stata inserita nel III volume dell’opera «Storia della letteratura italiana. Il secondo Novecento» (Guido Miano Editore, Milano).

Dal sito: xoomer.virgilio.it






Maria Pia Quintavalla


Napoletana, I

Tutti gli amori ti furono infelici perché ci credevi,
tutta vi aderivi alle promesse
dell’essere – al suo centro, ti innamoravi della vita
del paradiso dalle palme lente e dolci
dell’amore improvviso nelle dita,
degli amanti napoletani della forza che
ti travolgeva ma di messi astrali, bianche
di una stella carnale

antiche passeggiate e dolci mani
della vita sentivi lì la forza intatta infrangersi
stupita appartenente a corse, statue di gaggie
erano tonfi al cuore, desiderio e copule del mare.
Forti le braccia i baci le lusinghe,
per amore della vita che perdevi
e lenta nell’amore ti perdeva.


Napoletana, II

Rivorrei la mia infanzia una triste
prigione del cuore – dissi
a lei che più non capiva da dove
tutto questo avesse inizio, così
mi mandò a dire, Vattene un po’
all’inferno vattene, sì vai via,
la tua finestra più non ci appartiene
né mai lo fece, Esci di scena.
Stanca sconsolata lei assentì, ma l’altra
da lì stette fuori tappata,
bocche e orecchie spaventata la guardava,
né poteva più rispondere.

Rivorrei la mia infanzia con le finestrelle
chiuse ottuse, lì nascosta poco di sotto
al cuore, ritornava ritornello infelice
per donarsi – al suo portone.


Il padre

Quell’altra bocca quella
intessuta al viso e quell’acre
odore stupito che sorride,
come una mezzaluna guarda affaccia

dove ti specchi acqua chiara
nube anche tu,
quel viso sempre amato
capitato a te accanto,

icona più addensata e pura,
forse lo amavi perché ti indicava
quel gesto fiducioso della mano?
Esso lo specchio di quest’altro.


Le nubi

II)
Tu le ami – mi dici – gli somigli
ed io convinta a te contemplo
il piacere a me non ricambiato dell’apparire e
dello scomparire andando,

migrando in suoni di campane.
Morire, e poi sorridere
fiorire. svenire farsi udire
densa materia e semi

continente che alle spalle solidifica
in segreto ma campale astrale,
mai vicino e intoccabile

bambino corpo
bianco spugnoso a capofitto,
prima che il sole lo trafigga.

Andate, andate
altrove – nubi sfiatate
da menzogna in spirito divino
nubi bambine come stelle non
atte a prendere dimora sulla terra,
terra beata e grassa
abituata a sostare, o peggio
essere fondamenta incosciente
delle più sementi
o voi beate,

incaricate di giornate e sogni
galoppati e vuoti di
dimore d’aria palafitte, e pregne
di un’equanime sostanza
ai più – in sostare.

Insetti ronzano,
cicale e mosche su quel prato
ma le nubi incostanti e dense,
dolci al suo sentire contraddicono
chiare e opache
il suo destino.

Piccole a fiocchi senza
più sentieri, invase

e noi vedenti sotto
il bel confine
che da cielo a terra tracciano,
confini incerti
luminosi della mano
che non vola basso ma
dal basso per vedute vie,
che qui circonfuse esse
vagheggiano più chiaramente e
nudo il p a r a d i s o, il suo

bel fine.


(«La Mosca di Milano», N° 12, aprile 2005)

Maria Pia Quintavalla è nata a Parma nel 1952; vive a Milano.
- Cura seminari di lettura del testo poetico presso varie istituzioni.
- Collabora, presso l’Università statale di Milano, con i corsi di lingua italiana.
- Suoi testi poetici sono comparsi sulle principali riviste letterarie italiane: «Alfabeta», «Lettera Internazionale», «Nuovi Argomenti», «Il Verri», «Poesia», «Pagine» ed altre.
- Ha pubblicato diverse opere, fra cui «Lettere giovani» (Campanotto Editore, Pasian di Prato, 1990), «Cantare semplice» (Campanotto Editore, Pasian di Prato, 1991, introduzione di Maurizio Cucchi), «Il Cantare» (Campanotto Editore, Pasian di Prato, 1991), «Le Moradas» (Edizioni Empirìa, Roma, 1996, introduzione di Giancarlo Majorino), «Estranea (canzone)» (Manni Editori, S. Cesario di Lecce, 2000, nota critica di Andrea Zanzotto), «Corpus solum» (Edizioni Archivi del ’900, Milano, 2002, prefazione di Giampiero Neri).

Dal sito: arabafelice.it






Lucetta Frisa


Ariana

Dicono i mistici
che più siamo vuoti
più ci rischiara la luce.
Sul morbido fondo del mare
il guizzo di piccoli pesci
muove solari triangoli
nell’acqua bassa.
Scatto una foto ai miei piedi e ai pesci:
e la mia ombra sarà nell’intreccio.
Essere vuoti
è il passaggio nella camera oscura?

***

Non so se questa pace me l’hai data tu o il tempo
oppure tu in accordo col tempo o il tempo con te
proprio come accade
in un’idea molto antica di armonia.

***

Non seguiamo il cammino dei pianeti
ma i pensieri che si affacciano
sul fondocielo dei bicchieri.
Una folla infantile che saluta
prende il profilo sfatto delle nuvole
poche e bianchissime.
Sentiamo tutto lontano andato via
oggi, in un mezzogiorno di settembre
dentro un globo di vetro fermi
e fuori la neve cade sempre
o si alzano gli spruzzi delle onde.

***

La luce soffice del dormiveglia
è una penombra che ci sfuoca.
Si è cercato umilmente
il senso oscuro
seguendo sempre un’idea di luce.

***

Se è l’ultima pagina la leggeremo insieme
penso a uno dei quadri che ci piacciono
con luci di striscio – barocche – la lucerna
sui libri e pochi oggetti intorno.
Non abbiamo più fretta: tutto è qui.
Poco a poco ce ne siamo accorti
accostando sogni e matite
come sotto il banco a scuola
non delusi – non ancora troppo –
dalle nostre illusioni.

***

L’alluce proprio sul filo della schiuma
tocca il regno del mare, l’infinito è
proprio in quel punto d’alluce
che rabbrividisce, si ritira, indugia,
entra.

***

L’anteprima dolce della morte
è il viaggio attraverso il sonno
di noi due distesi sulla sabbia
l’uno nelle braccia dell’altro.
Negli antichi sarcofagi gli sposi
stanno affrontando il nulla
tenendosi per mano.
Non è triste, anzi, ridendo
incrociamo carezze sulle braccia.

***

Sono tranquilla troppo tranquilla.
Vorrei due cuori identici
uno morto l’altro vivo
per affrontare il reale
con passione e indifferenza
parallele.

***

La luce apre il mare
lo richiude il buio
ed è lo stesso mare siamo
le stesse persone
più indifferenti o turbate
dai trucchi diurninotturni.

***

Nel controluce
ci guardiamo con gli occhi socchiusi
come per scattare una foto:
nessuno in giro
neppure il mare
vogliamo esserci solo noi
in questo spazio concentrato
noi senza il pensiero della fotografia
(se la luce è alle spalle
se è la più densa del tramonto
se il tuo sorriso di adesso
è quello da ricordare).

***

Se chiudo le palpebre è per uscire
chiudermi
in me improvvisamente notturna
non domandarmi dove sto andando
sono luoghi di troppo buio
– ma in un qualcosa a metà
sollevato
laterale
come quando ci parliamo noi due
sentendoci stretti, vicini.

***

Sulla spiaggia non leggi
nella borsa gli asciugamani
i libri chiusi le ciabatte ferme
le sigarette che non hai fumato:
dormi.
Infine solo a te ti concedi
e alla calma di quest’ora meridiana
senza demoni tremito e parole.
Nessuna terra in vista, nessuna nuvola o nave.


(«La Mosca di Milano», N° 12, aprile 2005)

Lucetta Frisa è nata a Genova.
- È autrice di varie raccolte poetiche, tra cui si ricordano «La costruzione del freddo» (Ripostes, Salerno-Roma, 1990), «La follia dei morti» (Campanotto Editore, Pasian di Prato, 1993), «Notte alta» (Book Editore, Castel Maggiore, 1997), «L’altra» (Manni Editori, S. Cesario di Lecce, 2001).
- Ha tradotto e curato una breve scelta di poesie di E. Dickinson: «Lasciatemi l’estasi» (Ripostes, Salerno-Roma, 1992). Traduttrice di Michaux, Aragon e Rilke, collabora con varie riviste tra cui «Steve», «La Mosca di Milano», «Nuova corrente», «Origini» e «Poesia».

Dal sito: libreriadonna.com