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In
questa pagina, con l’ausilio di un classico strumento
(l’intervista), presenteremo “in fila
indiana” – cioè man mano ed uno per ogni
nuova uscita di «Niederngasse» – i
ventidue poeti, filosofi, giornalisti o romanzieri che compongono la
redazione de «La Mosca» e che, gentilmente,
risponderanno alle nostre domande, parlando di sé e dei
propri interessi letterari.
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L’occhio del sociologo
(Questa volta
Pietro Pancamo e «Niederngasse» dànno la
parola ad Aldo Marchetti, direttore responsabile de «La
Mosca», il quale – prendendo le mosse da un
originale punto di vista extraletterario – riflette con
bonaria, ma estrema lucidità sull’editoria odierna
e gli autori contemporanei)
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- DOMANDA:
Com’è nato e come s’è poi
evoluto il tuo interesse per la filosofia, disciplina in cui ti sei
laureato a Milano nel 1970?
- RISPOSTA: Il mio interesse per la filosofia nasce durante la
primissima giovinezza o tarda adolescenza, cioè tra gli anni
Cinquanta e Sessanta dell’altro secolo (mamma mia!). I
giovani di allora si interrogavano su tutto: sul senso della vita, sul
futuro del mondo, sulla religione e sulla lotta di classe e, in specie,
ci si chiedeva se dovessimo accettare
l’“integrazione” nella società
dei consumi (s’intende), nel lavoro di banca, nella vita
comune... c’era forse un desiderio di tiepido eroismo.
È stato un periodo di straordinarie meditazioni con seguiti
di vere crisi: religiose, esistenziali, esaurimenti nervosi a
metà anno scolastico (si chiamavano così) e
qualche suicidio. Veniva premiato chi poneva problemi (oggi viene
premiato solo chi li risolve). Il clima di quel periodo ci spingeva in
questa direzione. La letteratura era ovunque pensosa e talvolta
drammatica, mai leggera (penso a Camus, a Böll, a Pavese,
Sciascia, Pasolini, Moravia, Hemingway ecc.). Allora la filosofia era
vicina e quasi una pratica quotidiana. E poi attorno c’erano
le grandi scuole ed erano rigogliose: la fenomenologia (con Paci), il
marxismo (Della Volpe, Geymonat ecc.), l’esistenzialismo
(Abbagnano), il neotomismo (Bontadini). La filosofia insomma: quella
vivida e luminosa era a portata di mano. E allora per chi
già non inclinasse a fare il medico (quanti medici tra i
miei compagni di liceo! Ottimo compromesso – del resto
– tra desiderio di promozione sociale, etica della donazione
e voglia di fare soldi), la filosofia rappresentava una strada
estremamente allettante. Non si pensava che poi si sarebbe andati solo
ad insegnare in un liceo: si pensava che la filosofia piaceva e basta.
- DOMANDA: Secondo quali tappe di avvicinamento ti sei
“convertito”, in seguito, alla sociologia del
lavoro e dell’industria, materia di cui sei stato docente in
varie università?
- RISPOSTA: Per tantissimi come me, il risveglio dal sogno filosofico
è stato abbastanza brusco. Anzi, non di un risveglio, ma di
una continuazione del sogno in altre forme si è trattato,
grazie all’insorgere della passione per i problemi sociali.
Su di essi la giovinezza si è in qualche modo fissata per un
periodo e tutti si sono trattenuti dal crescere (del resto non eravamo
stati già prima così riluttanti di fronte alla
prospettiva dell’“integrazione”?).
Insomma la sociologia – abbastanza naturalmente –
ha sostituito o “ottimizzato” la filosofia, nel
nostro sforzo di capire, che (teso a interpretare ciò che
accadeva attorno, per dargli un senso), innegabilmente – devo
dire, a posteriori – si è risolto (per me e per
molti) in un tragitto di straordinario interesse. Ci si trovava infatti
nella privilegiata situazione di vivere avvenimenti densi, se non
grandi, senza troppo pericolo (qualcuno l’ha cercato) e con
gli strumenti adatti per leggere quel che succedeva (anche se solo
apparentemente era facile: non a caso si son commessi parecchi errori).
Dopo la laurea in filosofia ho vinto una borsa di studio per seguire
una scuola superiore di sociologia che ormai ha chiuso i battenti e che
era diretta da Pizzorno (il professore di maggior peso era
però Nanni Arrighi, marxista convinto, che adesso
è in America col gruppo di Amin e Wallerstein).
Più che la sociologia americana o francese ho studiato
marxismo, ma non c’è nulla di cui pentirsi.
È stato molto utile.
- DOMANDA: Il tuo mestiere – per il quale ricevi di frequente
l’incarico di compiere indagini e ricerche a carattere
sociologico (incentrate soprattutto sull’analisi approfondita
delle forme che il lavoro assume nelle industrie) – ha in
qualche misura influito sul tuo modo di approcciarti alla letteratura?
E come?
- RISPOSTA: Il mio interesse amoroso per la letteratura precede di
molto quello per la filosofia, o per la sociologia, e mi ha
accompagnato lungo il mio cammino. Di contro è vero che, per
la mia consuetudine con la sociologia, sono finito senza volerlo a
leggere i libri di letteratura con l’occhio del sociologo. Ma
anche questo (pur non essendo, forse, del tutto corretto) mi sembra in
qualche modo utile. Mi spiego con un esempio: io tengo dei corsi sui
ritmi di lavoro e di vita e mi aiuta molto operare confronti tra il
senso del tempo prevalente nel mondo preindustriale e quello che domina
nella civiltà industriale. Ebbene ci sono nella letteratura
ottocentesca e in quella dei giorni nostri (oltre che nei trattati di
etnologia) innumerevoli passi, indicativi di come viene percepito il
trascorrere del tempo nelle società primitive (basta pensare
alle descrizioni, fatte da Melville in «Taipi»,
della lentezza con cui alcuni clan cannibali del Pacifico fumano la
loro pipa e paragonarle, nel medesimo romanzo, alla voracità
e celerità dei marinai americani, quando anch’essi
vengono colti e raffigurati, dall’autore, in atto di fumare).
Sul
senso che ha il lavoro nelle diverse civiltà si potrebbe
dire la stessa cosa. Alcuni romanzi africani descrivono molto bene il
lavoro collettivo dei neri nelle piantagioni e il loro ripudio dei
comportamenti competitivi (e del concetto di produttività).
- DOMANDA: Hai mai composto poesie o racconti? Se sì, quali
temi affronti di preferenza?
- RISPOSTA: Non sono un poeta e nemmeno un narratore, ahimè,
a parte qualche tentativo di racconti sull’India e qualche
poesia di gioventù. A ogni modo, ammiro moltissimo i poeti e
i narratori e proprio per questo motivo osservo affascinato il lavoro
di Paolo, di Laura, di Alessandra, di Meeten, di Ravizza, di Gabriela,
di Franco e degli altri poeti della «Mosca». Ho
scritto saggi di storia e di sociologia e cerco di scriverli nel modo
migliore che mi riesce.
- DOMANDA: Fra i poeti e narratori che oggi vanno per la maggiore, qui
in Italia, quali secondo te meritano davvero la fama di cui godono?
- RISPOSTA: Sono un poco in imbarazzo davanti a questa domanda,
perché sono un lettore pervicacemente tradizionalista e non
ho molto tempo per le esplorazioni: leggo tutti i libri –
mano a mano che escono – di Consolo, Tabucchi, Baricco, Del
Giudice. Mi colpisce in questi autori la scarsa presenza
dell’elemento femminile (c’è in Baricco,
ma è lontano, e in Del Giudice è presente solo
con qualche bacio estemporaneo). Si direbbe quasi una maschilizzazione
difensiva di una parte della narrativa italiana, dinanzi al
moltiplicarsi e diffondersi delle autrici (ma qui forse viene di nuovo
fuori la deformazione professionale).
- DOMANDA: “Oggi troppi autori sono intercambiabili tra di
loro” – mi ha dichiarato Umberto Piersanti in una
recente intervista [che gli affezionati di
«Niederngasse» possono trovare proprio in questo
numero, ndr] – “e, come diceva Bo, le pagine
sembrano nascere quasi esclusivamente da altre pagine, piuttosto che
dalla vita, dalle esperienze concrete”. Tu sei
d’accordo?
- RISPOSTA: Non voglio spingermi troppo oltre nel campo della critica
letteraria che non è il mio. In parte è
probabilmente vero che le pagine inseguono le pagine (penso
all’influenza di Pessoa su Tabucchi e di Montalban su
Camilleri); ma che la letteratura cresca sulla letteratura forse non
è un gran male. Ci sono periodi, mi sembra, in cui i
narratori si gettano nella realtà e altri in cui si
chiudono: tuttavia questi stessi concetti di realtà o di
chiusura sono molto relativi. Non mi sembra questo il problema della
letteratura, quanto quello (come ha ben detto Franco Romanò)
della mancanza di una società letteraria, cioè di
una società che crei attraverso l’amore collettivo
per la letteratura uno scambio più vivo tra chi legge e chi
scrive (a dispetto delle tante cerimonie di presentazione dei libri e
delle tante riviste di letteratura spesso molto formali).
- DOMANDA: Fra gli autori del passato, chi è secondo te il
maestro per eccellenza? E perché?
- RISPOSTA: Io ho due amori che sono Proust e Pasolini (già:
due omosessuali, benché della omosessualità di
Proust si potrebbe discutere). Ciò che credo li distingua
è la straordinaria, raffinata sensibilità umana,
la totale immedesimazione nel mondo sociale in cui vivono e il processo
di estetizzazione a cui lo sottopongono. Dovrei aggiungere Visconti e
così avremmo (ritorna il sociologo) i più
profondi interpreti del tramonto poetico delle tre grandi classi
sociali dell’Ottocento (l’aristocrazia, la
borghesia e il proletariato) prima del loro precipitare nel magma
dilagante dei ceti medi, della tecnocrazia e della burocrazia.
- DOMANDA: Com’è iniziata la tua collaborazione
con «La Mosca di Milano»?
- RISPOSTA: Mi sono avvicinato alla «Mosca»
perché già ne conoscevo alcuni redattori:
Gabriela Fantato, Paolo Rabissi, Meeten Nasr.
Prima di essere direttore de «La Mosca» lo sono
stato di un’altra rivista di cultura intitolata «La
Balena Bianca» ed è in quell’occasione
che ho incontrato Gabriela. Poi «La Balena» si
è arenata e allora Gabriela, sapendomi
“disoccupato”, mi ha chiesto di interessarmi un
po’ della «Mosca» (un animale molto
più leggero); ma la vera anima della rivista resta
ovviamente lei.
- DOMANDA: Qualche tempo fa, un editore che stavo intervistando mi ha
detto che secondo lui “stampare un libro, senza avere
già la certezza di riuscire poi a venderlo, significa solo
sporcare la carta” e nulla più. Tu, come direttore
di una rivista culturale, ma anche come esperto che ha studiato fra
l’altro l’organizzazione del lavoro nel comparto
dell’editoria, che cosa pensi di una simile affermazione?
- RISPOSTA: Capisco il punto di vista dell’editore.
L’editoria è un’industria. Il problema
è che il rapporto tra l’autore e il lettore si
è rovesciato in questi anni. Nella mia giovinezza gli autori
scrivevano ciò che volevano e noi lettori li inseguivamo,
eravamo affamati di loro, cui andavamo dietro. Oggi avviene il
contrario: lo scrittore produce ciò che il pubblico si
aspetta e l’editore media spingendo l’autore a
confezionare libri che devono essere venduti. Si è andati
verso quella che Adorno definiva la “cultura
media”. Di questa cultura fanno parte scrittori famosi come
Coelho e la Tamaro (ma perché non Eco?).
- È avvenuto nell’editoria ciò che
è avvenuto per tutto il mondo industriale. Mentre negli anni
Sessanta era l’offerta che trainava la domanda, ora
è la domanda che trascina e condiziona l’offerta.
È l’impero capriccioso e appiccicoso del cliente
(che, per chi lo vuole raggirare, ha sempre ragione).
Pietro
Pancamo
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Aldo
Marchetti, nato nel 1946, si
è laureato in filosofia all’Università
degli studi di Milano.
- Negli anni 1972-’73 ha seguito il corso biennale di
specializzazione presso la Scuola di formazione in sociologia (Cospos)
di Milano, diretta dal professor Alessandro Pizzorno, con relativa
borsa di studio messa a disposizione dal Consiglio nazionale delle
ricerche.
- Dal 1983, dapprima in qualità di cultore della materia e
– successivamente – di professore a contratto,
collabora, presso la Facoltà di scienze politiche
dell’Università di Milano, con la cattedra di
sociologia del lavoro e dell’industria.
Ha svolto altresì attività didattica alla
Facoltà di economia dell’Università di
Brescia e alla Facoltà di sociologia di Milano (Bicocca).
- Ha partecipato nel 1989-’90 al Progetto strategico Cnr
«Il conflitto e le relazioni nel decennio
’90» con due ricerche sotto la direzione del
professor Tiziano Treu e del professor Giuliano Urbani.
- Nel 1991-’92 ha svolto per la “Società
Metodo” di Milano una ricerca sulla condizione di impiego del
personale della scuola in Francia, Spagna e Belgio, commissionata dalla
Presidenza del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana
(Dipartimento della funzione pubblica).
- Ha collaborato (con numerosi saggi di storia, di sociologia e di
attualità politica) alle riviste specializzate
«Problemi dell’informazione»,
«Ikon», «Quaderni di rassegna
sindacale», «Proposte»,
«Economia e lavoro», «Azimut»,
«Classe», «Prospettive
sindacali», «Storia in Lombardia»,
«Iter».
- È attualmente direttore responsabile della rivista di
poesia e cultura «La Mosca di Milano».
- Tra le sue tante pubblicazioni, quelle più significative
riguardano temi di antropologia («Un teatro troppo serio.
Appunti di analisi del corteo operaio e dello slogan politico di
strada», in «Classe», N° 21,
1978), di storia («Alla ricerca della rivoluzione
introvabile: prolegomeni a futuri studi sulle rivolte studentesche del
1968», in «Classe. Il sociale e
l’immaginario», N° 2-3, 1988), di
sociologia («Tra due rive. La nuova immigrazione a
Milano», con A. Dal Lago e G. Barile, Franco Angeli Editore,
Milano, 1994; «Omaggio alla donna Khmer: la condizione
femminile in Cambogia dal periodo di Pol Pot agli anni della
democrazia», in «Quaderni asiatici»,
N° 69, 2005). |
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