Poems Niederngasse
“Gli scrittori non sanno più ispirarsi alla realtà”
(Pietro Pancamo intervista Umberto Piersanti,
voce sicura e diversa che non teme di far riecheggiare – nell’attuale panorama della nostra letteratura – verità secche, coraggiose e antiaccademiche)


- DOMANDA: Quali testi ed esperienze hanno contribuito alla sua formazione intellettuale?
- RISPOSTA: Naturalmente i testi e le esperienze sono i più vari. Provo ad accennare a qualcuno. Le letture di Carducci, Pascoli e D’Annunzio sono state fondamentali nella mia adolescenza. «Davanti San Guido», «L’aquilone», «La pioggia nel pineto» sono tra i miei testi più amati. Da quel tipo di tradizione ho derivato il gusto per il ritmo ed il canto: forse questo senso della tradizione è caratteristico dell’Italia centrale ed è piuttosto lontano sia dalla “prosa lombarda” come dal barocco meridionale. Importantissima poi è stata l’«Aminta» di Tasso: quel tono tra campestre e raffinato, quel raccontare più per quadri che per episodi, mi sono rimasti profondamente congeniali. C’è poi l’influsso evidente del più grande poeta marchigiano e uno dei massimi della letteratura mondiale, Giacomo Leopardi. Dal grande recanatese ho appreso che la riflessione, per quanto intelligente, è spoglia senza la descrizione e il momento lirico.
Del ’900 ho amato Montale fino alla «Bufera» e non oltre.
I circoli culturali che abbiamo fondato da ragazzi, le letture nei campi, le discussioni continue hanno determinato in me un gusto per la letteratura come cosa viva e reale. Nonostante il mio mestiere di docente universitario, credo d’essere lontano da qualsiasi accademismo.

- DOMANDA: In «Luoghi del Novecento» (raccolta di saggi critici ultimamente uscita per i tipi della Marsilio Editori) leggiamo che lei, a quattordici anni, iniziò a scrivere racconti e soprattutto favole, approdando alla poesia più tardi, intorno agli anni Sessanta. Ecco: in base a quali meccanismi si è determinato in lei questo passaggio dalla prosa ai versi? E come si è verificato successivamente – coi romanzi «L’uomo delle Cesane» (1994) e «L’estate dell’altro millennio» (2001) – il suo riaccostarsi alla narrativa?
- RISPOSTA: Da ragazzo scrivevo racconti ma di tipo mitico e fantastico. La narrazione era sempre sovrastata, o almeno accompagnata, dalla volontà di contemplare. Dunque era presente in me quell’“attitudine lirica” che avrebbe poi generato le mie prime prove pubbliche. Inoltre, se nell’adolescenza divoravo soprattutto romanzi, tra i venti e i venticinque anni sono stato un accanito lettore di poesia. Senza considerare che il corpo a corpo con la parola mi sembrava sostenibile esclusivamente nello “spazio corto” della lirica.
Molto più tardi ho avvertito la necessità di raccontare in un modo che fosse maggiormente dettagliato e continuato. Nell’«Uomo delle Cesane» domina una prosa che non chiamerei lirica o d’arte (in Italia queste espressioni rimandano al frammentismo e all’elzeviro). C’è, tuttavia, nel primo romanzo un modo di porsi di fronte al mondo e alle cose che è sostanzialmente quello del poeta. Nell’«Estate dell’altro millennio» il progetto e l’affresco sono peculiari del romanzo, in particolare del grande romanzo storico, con modelli assoluti come «Guerra e Pace» e «Il Gattopardo». Anche qui però l’occhio del protagonista rimane quello del poeta: Marco è capace di dimenticare la guerra o il possibile agguato, quando guarda volare un uccello o passare un animale tra le fronde. Comunque poesia e narrativa in me convivono: da molti anni frequento i due generi nello stesso tempo, come dimostrano le date di pubblicazione di tutti i miei libri.

- DOMANDA: Su quali principi si fondava la sua rivista «Ad libitum» (attiva nell’ultimo scorcio degli anni Sessanta) e che ruolo giocò nel dibattito culturale dell’epoca?
- RISPOSTA: «Ad libitum» oscillava tra l’“autonomia dell’arte” e l’“impegno”. Noi della redazione cercavamo di unire entrambi questi elementi e di raggiungere un equilibrio tra di essi. Naturalmente nella redazione c’erano sensibilità diverse. Gualtiero De Santi, il più colto e preparato tra tutti noi, inclinava verso l’impegno anche se mai in modo cieco e fanatico. Per lui la lezione pasoliniana era determinante. Io ritenevo che l’impegno non fosse che una e modesta possibilità dell’operare artistico.
Sopravvenne la contestazione e ci incontrammo anche con le riviste dell’area della sinistra extraparlamentare come «Nuovo impegno». Rifiutai in modo totale la loro volontà di ridurre tutta l’arte e la letteratura a un esercizio preparatorio della rivoluzione o, come minimo, del mutamento politico. Tra l’altro non apprezzavo la sinistra extraparlamentare per la sua cecità ideologica (da Stalin a Pol Pot) e per la sua pratica di violenza.
Tutta la redazione era inoltre concorde (naturalmente con sfumature diverse) nel rifiuto della neo-avanguardia e dei «Novissimi» che allora erano vissuti come i protagonisti principali del dibattito letterario. Le nostre posizioni non ebbero grande peso, eravamo troppo laterali e la nostra rivista troppo poco diffusa.

- DOMANDA: Quindi il suo rapporto con le avanguardie degli anni Sessanta e Settanta non è stato dei migliori? Lei ritiene che non abbiano avuto alcuna utilità?
- RISPOSTA: Mi sono sempre scontrato con le avanguardie di quegli anni. Non so se siano servite a qualcosa: magari sì, tutte le esperienze hanno un loro barlume di senso e indicano possibili direzioni.
Comunque l’avanguardia è stata molto negativa nella violenza e nella supponenza con le quali si rivolgeva agli autori che non seguivano i suoi dettami. Sanguineti rimane a ogni modo autore di una certa importanza, anche se dovrebbe smettere di parlare di morte della poesia, mentre pubblica un libro all’anno. Porta è riuscito a staccarsi dalla sua formazione ed avere uno sguardo ed un operare molto più ampi. Pagliarani è autore di un solo libro («La ragazza Carla»), tutti gli altri da dimenticare. Balestrini e Giuliani semplicemente non esistono.

- DOMANDA: A livello di forma e contenuti, quali sono i punti di contatto più significativi fra la sua produzione in versi e quella in prosa?
- RISPOSTA: Per ciò che riguarda i contenuti, sia nei romanzi che nelle poesie domina un luogo: le Cesane. Sono colline a sud-est di Urbino dove ha origine la mia famiglia e dove, in anni lontani, ho imparato a guardare il mondo. Queste Cesane non sono poi così “locali”, ma sconfinano nella galassia. Il mio pastore sale infatti sull’arcobaleno e prova anche a metter piede nella luna. In tutta la mia opera domina una percezione fantastica delle cose, che non ha nulla a che fare con la New Age che disprezzo. Il “fantastico” ha una sua verità proprio in quanto tale, diventa ridicolo quando si vuole tradurlo in “reale”.
Naturalmente nella narrativa l’ambizione storiografica e il progetto d’insieme acquistano uno spessore diverso. Nell’«Estate dell’altro millennio» ho tentato di raccontare la fine della civiltà contadina e il dramma della guerra civile.

- DOMANDA: Fra le opere di narrativa e poesia da lei sinora pubblicate, qual è quella in cui si riconosce di più? E perché?
- RISPOSTA: Mi riconosco soprattutto nei «Luoghi persi» (1994) e in «Nel tempo che precede» (2002). Col primo libro credo di avere anche istituito un modo d’essere, di rapportarsi al presente, decisamente originale. C’è il bisogno di riappropriarsi delle cose, di ritrovare il gusto della contemplazione (senza stupidi compiacimenti mistico-orientaleggianti oggi di gran moda): pochi autori oggi si rivolgono alla natura o se lo fanno ricorrono alla vulgata ecologica. Nei «Luoghi persi» il mio pastore esprime un bisogno di autenticità non programmatica ed ideologica, basata sulle esperienze di un tempo realmente vissuto e su una grande tradizione letteraria. Oggi troppi autori sono intercambiabili tra di loro e, come diceva Bo, le pagine sembrano nascere quasi esclusivamente da altre pagine, piuttosto che dalla vita, dalle esperienze concrete. Credo che questi due miei libri indichino un’altra strada. Il pastore poi nella raccolta più recente diventa protagonista di un’epopea, sospesa in un tempo senza tempo. Il tutto senza che una falsa arcadia o un malinteso senso ecologico entrino mai in scena.

- DOMANDA: Quali i poeti della sua generazione che maggiormente le somigliano, per mentalità o ispirazione? Con quali è riuscito a stabilire, nel corso del tempo, i rapporti più fruttuosi e duraturi?
- RISPOSTA: Non per un malinteso senso d’orgoglio, ma penso d’essere un poeta abbastanza singolare (che non vuol dire per questo superiore ad altri): i miei coetanei sono soprattutto milanesi e romani, vengono da esperienze diverse. Mi reputo quindi lontanissimo da un Maurizio Cucchi e dalla sua prosa “lombarda”, dalle sue “briciole nel taschino”, lontano da Zeichen e dai suoi lievi e poetici “funambolismi”, dal racconto letterario e mitteleuropeo della Anedda... e potrei proseguire a lungo.
A Giuseppe Conte mi avvicinano la natura e il mito; ma differenti i punti di riferimento, soprattutto il modo di intendere il mito, che in me è solo una “mitografia” personale: la trasformazione degli ambienti e dei paesaggi, tutti vissuti in uno spazio e in un tempo fuori della cronaca e del quotidiano.
A Claudio Damiani mi avvicina il gusto di buttare la testa tra le foglie e i fiori, che vengono conosciuti e nominati uno per uno; ma la mia natura risulta più inquieta e tempestosa, con venature romantiche assenti nei teneri e composti quadri di Damiani. Altro non saprei.

- DOMANDA: A suo parere, quali poeti e narratori si distinguono di più, in seno all’odierna letteratura italiana? Che cosa li rende particolari?
- RISPOSTA: Dei narratori conosco troppo poco: ho amato molto un’opera a latere, il grande romanzo storico di Enzo Striano intitolato «Il resto di niente».
Tra i poeti avverto la forza di Milo De Angelis che, recentemente, intreccia la sua ricerca del “noumeno” con le vicende, la biografia, le periferie milanesi. Loi ha grandi capacità descrittive-narrative che non intaccano la percezione lirica. Il compianto Mario Luzi è un classico: alcuni suoi testi sono tra i più importanti del secolo. Appartiene a quella generazione con Bertolucci, Caproni, Sereni (e magari Zanzotto) che ha dato i risultati più alti (altro che l’avanguardia!). Scataglini ha inventato una lingua che non ha niente di artificiale e lezioso, capace di straordinarie sfumature. Penso comunque che la produzione media della poesia dei miei coetanei, ed anche dei più giovani, sia nettamente superiore a quella dei romanzieri d’oggi. Forse mancheranno i Montale e gli Ungaretti o anche i Luzi, ma autori importanti e validi ce ne sono e come.

- DOMANDA: Oggi, per lei, che cos’è la scrittura: una seconda natura, un mestiere? Oppure la sente ancora come un mito, un destino?
- RISPOSTA: Certo la scrittura è molto più di un mestiere: pur non volendo usare parole eccessive, non possiamo comunque non parlare di vocazione. Perché si scrive? Chi è il poeta? Una piccola prosa di Baudelaire ce lo dice meglio di ogni saggio antropologico. Il poeta, come tutti gli uomini, è un naufrago in un’isola deserta: aspetta l’alta marea, dunque (come tutti gli uomini) la vecchiaia e la morte. A differenza degli altri prende un biglietto, ci scrive sopra: “Io sono, io esisto”. Mette il biglietto dentro una bottiglia e butta quest’ultima nel mare. La poesia è un grido disperato dell’uomo nella sua lotta contro la finitudine. Lo scontro non è tanto con il sociale ma con il destino. Siamo consapevoli della nostra transitorietà, ma percepiamo, sia pure confusamente, l’assoluto. Il poeta allora getta la bottiglia nel mare: qualcuno la raccoglierà e la memoria continua.

- DOMANDA: La sua attività in campo cinematografico e televisivo è stata soddisfacente? Vorrebbe riassumerne le tappe salienti, per illustrare poi brevemente, ai lettori di «Niederngasse», i temi e il taglio stilistico di film come «L’età breve», «Sulle Cesane», «Un’altra estate», «Ritorno d’autunno»?
- RISPOSTA: La mia attività cinematografica è stata intensa, eppure sostanzialmente marginale. Ho diretto «L’età breve» nel 1969 perché avvertivo una necessità di raccontare le “cose” non solo con le “parole”, ma andando loro sopra con la cinepresa, riproducendole. Per «L’età breve» avevo come modello l’«Aminta» del Tasso: le sequenze non erano racconti ma quadri. Volevo delineare la disillusione di chi non crede più al vecchio mondo del dopoguerra, ma vede anche i limiti, il fanatismo e il ridicolo della contestazione che si stava affacciando. È la storia di una sconfitta subita in nome della libertà del pensiero e del sentimento. Fu un fiasco colossale: al “Festival di Pesaro” tutti fischiarono il film, da cui la giuria si dissociò. Enrico Ghezzi lo ha presentato di notte, come pellicola esemplare per il cattivo gusto: ma Enrico Ghezzi è anche quello snob idiota che ha sostenuto che la sua più grande emozione di uomo di cinema è stata assistere a «Viva la foca», di cui si era ritrovata “miracolosamente” l’ultima copia.
«Sulle Cesane» è stato il mio lavoro cinematografico di maggior successo (basta leggere tutti gli interventi del volume «Cinema e poesia negli anni ’80», edito da Cappelli) e consiste in un esperimento non “sperimentale”, ma lirico e poetico. Le diapositive sono state passate in truka e risultano dunque immagini fisse; una voce fuori campo racconta o “canta” le varie sequenze: la biscia, il fantasma, la scoperta del sesso nel fieno. Io parlavo senza avere alcun testo scritto: l’oralità è venuta prima della scrittura. Leggendo ci si è accorti che parlavo in endecasillabi.
Ho girato poi «Un’altra estate» e «Ritorno d’autunno». Si trattava di brevi storie interpretate da attori: si era scelto però uno stile non narrativo. In una poesia non conta tanto la trama, la narrazione, ma l’atmosfera, la tensione emotiva: la stessa cosa avveniva in questi, che ho chiamato film-poemi.

Pietro Pancamo

Umberto Piersanti (1941) dirige la rivista «Pelagos» e insegna sociologia della letteratura all’Università di Urbino.
Ha pubblicato varie sillogi poetiche, fra cui «I luoghi persi» (Einaudi, Torino, 1994) e «Nel tempo che precede» (Einaudi, Torino, 2002). I suoi componimenti, tradotti fra l’altro in Spagna e Stati Uniti, sono reperibili su riviste – sia italiane che straniere – molto importanti ed apprezzate, quali ad esempio «Il Verri», «Poesia»,
«Paragone», «Nuovi Argomenti», «Poetry».

Al suo attivo, ha anche due romanzi: «L’uomo delle Cesane» (Camunia, Milano, 1994) e «L’estate dell’altro millennio» (Marsilio, Venezia, 2001).
Ha lavorato per la televisione. È stato infine regista, per il cinema, del lungometraggio «L’età breve» (1969-70) e di tre film-poemi: «Sulle Cesane», «Un’altra estate», «Ritorno d’autunno».