Il trasformista della scrittura
(Pietro
Pancamo a colloquio con Massimo Palladino, autore
“multiforme” che spazia con disinvoltura dal teatro
alla poesia, dalla novella al radiodramma) |
-
DOMANDA: Come hai iniziato a scrivere? E che cosa ti ha spinto a
intraprendere la carriera di artista?
- RISPOSTA: Poiché la mia prima poesia risale a quando avevo
dieci anni, attualmente non posso ricordare perché io abbia
cominciato a scrivere versi. So solo che a muovermi era una spinta
interiore che mi faceva sudare per l’emozione. Ero un bambino
e vivevo la vita artistica probabilmente conscio di dedicarmi a
qualcosa di strano e forse vietato dagli altri, che non mi avrebbero
capito. Ma la spinta emotiva fu più forte dei
“forse” che stavano in aria.
- DOMANDA: Vorresti parlarmi delle tue tante esperienze in campo
teatrale, televisivo e radiofonico?
- RISPOSTA: Io mi son limitato semplicemente a ereditare
un’antica
passione per la poesia ed il teatro di cui la mia
famiglia da parte di madre fu la responsabile, visto che i miei
antenati facevano teatro per diletto o per professione fin dal 1815. Ho
creato la compagnia “Il Teatro del Doppio”, ho
collaborato con la sede Rai di Venezia per sceneggiati, radiodrammi,
drammi televisivi, scritti da altri, ma anche da me.
- DOMANDA: Dal ’99 al 2001, sei stato organizzatore del
Premio internazionale “Pianiga/San Martino”.
Ricordi con piacere questa tua esperienza? Ti ha magari aiutato a
scoprire risvolti curiosi o inesplorati della poesia italiana?
- RISPOSTA: I risvolti più interessanti son stati quelli
legati agli emigrati italiani all’estero, che avevano
mantenuto vitale il cordone ombelicale con l’Italia,
incontrando nella pratica della scrittura una serie di cambiamenti
linguistici che – inevitabilmente – giungevano a
sconvolgere un tappeto lessicale, estremamente condizionato
dall’esperienza dialettale originaria.
- DOMANDA: Come direttore della nuova collana
«Territori» (che le Edizioni Il Filo di Roma
vareranno fra breve, dedicandola alla poesia) quali obiettivi ti sei
prestabilito?
- RISPOSTA: Poiché il titolo della collana editoriale di
poesia che mi è stato proposto dai redattori de Il Filo
è appunto «Territori», io mi prefiggo di
esplorare i territori interiori della poesia attuale in lingua
italiana, ma anche in lingue presenti sul territorio nazionale come,
per citarne una, il friulano di cui il gruppo poetico
“Majakovskij” ha fornito validi esempi per
l’antologia «Il ruggito dei leoni»
(Edizioni Il Filo), assieme ad altri autori italiani significativi.
- DOMANDA: Quali temi affronti nella tua ultima silloge poetica
(«Blues per New York City. 11 settembre 2001»)?
- RISPOSTA: È il dramma della guerra in genere, anzi delle
guerre succedutesi nel corso dell’ultimo decennio, ad avermi
fatto riflettere attentamente, oltre all’onda
d’urto scatenata da quelle emozioni tragiche da cui
è impossibile non lasciarsi travolgere leggendo
l’«Antigone» di Sofocle, opera che, per
me, è stata un autentico punto di riferimento mentale per la
scrittura. La quale – a sua volta (e inevitabilmente)
– muoveva anche dall’esperienza di chi, come me e
mia moglie Edy, aveva adottato a distanza due bambine sudanesi,
coinvolte nella guerra fratricida combattuta, armi alla mano, anche dai
bambini soldato.
- DOMANDA: A quali autori, contemporanei o del passato, paragoneresti
il tuo modo di comporre versi? E perché?
- RISPOSTA: Tutti e nessuno, mi verrebbe da rispondere. Ma, prima di
passare all’attualità, io non posso dimenticarmi
di Dante Alighieri e del senso della struttura poetica della
«Divina Commedia»; né posso tacere di
Emily Dickinson, vicino alla quale vorrei che fossero davvero tutti i
poeti. Comunque, poiché ho avuto l’occasione di
conoscere Alda Merini (la più grande poetessa italiana),
Arturo Corcuera, peruviano, e Paolo Ruffilli, ecco gli autori, fra
quelli viventi, che mi hanno insegnato il valore dell’uso
della parola in poesia.
- DOMANDA: So che hai in preparazione, per l’anno prossimo,
un volume di novelle. Ci sarà forse a legarle fra loro un
tema ben preciso e predeterminato? O sono altri i criteri che le
muovono e articolano?
- RISPOSTA: Per l’anno prossimo ho in preparazione, oltre ai
volumi di poesie «Io ti amo» e «La
locanda dei pesci d’oro», la raccolta di novelle
«Homo Cosmicus», che sarà il mio primo
tentativo di parlare delle esperienze umane in cui vi sia il
coinvolgimento emotivo primario e nella quale, al tempo stesso,
continuerò la mia precedente esperienza poetica, che serve
ad arricchire di più i criteri della scrittura.
- DOMANDA: C’è mai qualche spunto, o idea, che non
sai bene, almeno inizialmente, se sviluppare in prosa o poesia? E come
scegli, infine, tra le due?
- RISPOSTA: Sì, senz’altro! Ciò accade
fortunatamente molto spesso a chiunque scriva (e quindi anche a me). E
mi succede di non essere mai chiaro con me stesso quando scrivo: lo
faccio e basta! Poi, affiora in me una vocina critica a sottolineare
quel che va cambiato. Ma, lo confesso, non ho mai trovato delle
difficoltà nella scrittura sia poetica che in prosa (anche
perché ho sempre scelto di ascoltare: cioè di
interpretare i segni della realtà).
- DOMANDA: Prevedi, in futuro, di cimentarti anche con il romanzo? O lo
ritieni un genere troppo distante dalla tua natura – che (pur
poliedrica) è, se non sbaglio, soprattutto di poeta?
- RISPOSTA: Va detto che per quella di un romanzo (qui,
l’incontro che ho avuto con Baricco è stato molto
importante) la mia scelta, quando e se vi sarà,
apparirà molto più simile al prendere i voti, per
essere un monaco di clausura dedito alla scrittura. Io non ho voglia di
tradire il mio primo amore poetico, assolutamente!, ma ho anche voglia
di esprimermi nella forma del romanzo, pur conoscendone le
difficoltà strutturali.
- DOMANDA: Quali consigli daresti ad un esordiente? Ovvero, qual
è secondo te il modo migliore per presentarsi ad una casa
editrice? E lo studio di quale forma (la prosa o la poesia?) permette,
a tuo parere, di penetrare meglio i segreti e i meccanismi del
difficile mestiere di scrivere bene?
- RISPOSTA: Il primo consiglio che darei ad un esordiente è
quello di evitare di mentire a se stessi: o si è scrittori o
non lo si è. Comunque, lo si può diventare, con
il sacrificio. Per presentarsi all’editore è
sufficiente proporsi: sarà lui a fare l’operazione
successiva, non l’entusiasmo dello scrittore. In ogni caso,
lo studio delle forme comunicative di prosa e poesia è una
base fondamentale che può aiutare specificamente chi scrive.
- DOMANDA: Fra le tante case editrici piccole e medie che operano
attualmente in Italia, quali ti sembrano più vive e
promettenti? In che cosa si distinguono?
- RISPOSTA: Per la mia esperienza, la casa editrice italiana
più promettente attualmente, sia per i titoli che per
l’organizzazione, è soprattutto Il Filo, presso
cui anche io pubblico. Sta svolgendo una vera politica culturale, nella
quale il rapporto tra editore e scrittore diventa la stretta
collaborazione tra persone interessate via via, e passo dopo passo, al
buon risultato finale della pubblicazione, presentazione e divulgazione
del libro.
Pietro
Pancamo
|
Massimo
Palladino, veneziano, è nato nel 1948.
- Dal 1975 al 1990 si occupa di teatro, radio e televisione come
autore, attore e regista, con la compagnia “Il Teatro del
Doppio”, con
la Rai, con altre emittenti private e con il “Gran Teatro La
Fenice” di
Venezia.
- Nel 1996 pubblica, per San Marco Poesia, il primo libro di liriche
(«In Paradiso»), a cui faranno seguito, per le Oceano
Edizioni di
Sanremo, i volumi «La finestra sulla notte» (1999) e
«La casa di luce»
(2000).
Altre raccolte si trovano su periodici stranieri, sia europei che
nordamericani, fra i quali ad esempio «Gradiva. International
journal
of italian literature».
Nel dicembre 2004 esce, per le Edizioni Il Filo di Roma, la silloge
poetica «Blues per New York City. 11 settembre 2001».
- Dal 1999 al 2001 compreso, organizza il Premio internazionale di
poesia “Pianiga/San Martino”.
- Nel dicembre 2003, è vincitore del prestigioso VI Premio
Nazionale «Trieste Poesia».
- Nel gennaio 2004 pubblica su «Il Gazzettino»
un’intervista con Alda Merini. |
 |
|
|