Poems Niederngasse
L’ultimo arrivato
(Figure dello straniero, dell’estraneo e dell’originale)
di Aldo Marchetti

“Così Odisseo tra le fanciulle
dai riccioli belli stava per
mescolarsi: nudo perché
aveva bisogno.
Pauroso apparve a quelle,
orrido di salsedine, fuggirono
qua e là per le lingue di
spiaggia”
1.


Lo straniero che arriva è sempre nudo perché è costretto a spogliarsi delle proprie esperienze e abitudini. Sa che non gli sono più utili per comprendere ciò che lo circonda. E ripete così il gesto umano più antico in assoluto: quello di chi sorpreso a sbagliare cerca di nascondere la propria vergogna. Egli appunto è nudo perché ha bisogno. Più tardi, Odisseo, lo straniero per eccellenza, lavato e vestito a nuovo (“integrato” si potrebbe dire), apparirà a Nausicaa come un dio e ripagherà l’ospitalità con il dono della narrazione: “vengono tutti da Zeus gli ospiti e i poveri e un dono, anche piccolo, è caro”2 (c’è forse un verso di poesia più umano di questo?). Per millenni l’ospitalità, forse proprio per questa ragione, è stata sacra. Lo straniero era l’unica fonte d’informazione su ciò che avveniva nel mondo: egli in un certo senso era un dio perché conosceva ciò che travalicava gli stretti confini della vita abituale e lo raccontava. Anche il povero vagabondo era ricco poiché aveva molto da narrare.
Ma Omero ci informa che anche la figlia di Alcinoo sarebbe scappata se Atena non l’avesse trattenuta e non le avesse tolto il “tremore dalle membra”. Odisseo, da parte sua, non sapeva se avvicinarsi e abbracciarle le ginocchia o parlarle restando lontano. Tra i due si instaura un rapporto stentato ed esitante di vicinanza e lontananza che sono, secondo Simmel
3, le caratteristiche polari e inevitabili del rapporto con lo straniero. Egli non può essere considerato isolatamente al di fuori di un rapporto di interazione con coloro che lo designano come tale. Si presenta ai loro occhi allo stesso tempo come minaccia e attrazione, come fonte di paura e di interesse, di fascino e di ripulsa. Non è escluso dal gruppo (altrimenti semplicemente non esisterebbe) ma non è nemmeno incluso (altrimenti non desterebbe tanto contraddittoria curiosità). Comincia così un gioco difficile e delicato che può sfociare in uno scacco per i due soggetti o per uno di loro. In forse è la stessa identità, a volte la vita. In nessun altro caso come nel rapporto con il diverso l’umanità ha costruito tanti rituali, cerimonie e regole: segni di una scrupolosa cura, di una minuziosa cautela per esorcizzare o prevenire l’insuccesso. Tanto più diverso ci sembra lo straniero tanto più complicate si fanno le precauzioni. Nelle religioni (cioè nel rapporto con l’alterità assoluta), e in quella cattolica in modo del tutto particolare, tutto ciò si condensa in modo mirabile.

L’estraneità come sconfitta e arretramento
Lévi-Strauss, scandalizzando un poco l’uditorio, in un discorso tenuto all’Unesco nel 1971, affermava che un certo grado di etnocentrismo fa parte integrante di ogni cultura e che allontanarlo con i buoni sentimenti è in fondo assai poco utile
4. Il razzismo non consisterebbe tanto nella convinzione della nostra peculiarità rispetto agli altri quanto nel fondare su tale presupposto una volontà di dominio e di sopraffazione. Non è l’affermazione della differenza a fondare il razzismo bensì la convinzione che essa sia il fondamento di un rapporto di superiorità. Si può, credo, essere d’accordo con questo assunto, ma allora se il razzismo non si basa su una piattaforma “differenzialista” da che cosa trae origine? Non si vuole e non si è in grado in questa sede di rispondere a questa domanda ma l’affermazione dell’etnologo francese può dare lo spunto a qualche riflessione sul rapporto con lo straniero e con l’estraneo. Il ricorso al pensiero di Schutz5 può aiutarci a far luce su un percorso che risulterà del resto abbastanza ovvio.

Per chi fa parte di un certo assetto sociale il modello culturale della vita del gruppo a cui appartiene non rappresenta alcun interesse come campo di ricerca e di osservazione. Egli non deve continuamente chiedersi il senso dei gesti, delle frasi, degli strumenti spiccioli a cui quotidianamente ricorre poiché sono dei presupposti impliciti, assorbiti sin da quando era bambino, che operano solitamente in campi molto limitati. Per il nuovo arrivato invece, che non conosce affatto la cultura del gruppo e che deve appena capire le nuove regole del gioco, tutto il campo sociale diventa un terreno di esplorazione e di scoperta. Tuttavia, libero da pregiudizi e senza più abitudini di sorta (con occhi più freschi) egli è anche in grado di scoprire tutte le inevitabili contraddizioni, limiti e irrazionalità di quelle regole che all’ospite sembrano del tutto ovvie e naturali.

Proseguendo sul sentiero tracciato da Schutz potremmo sostenere che proprio da questo scarto può scoccare una scintilla di incomprensione e ostilità. Ciò che avviene infatti è il rispecchiarsi di due debolezze. Lo straniero deve mettere in discussione i suoi valori e le sue convinzioni precedenti ma l’ospite teme che ciò in cui crede sia minacciato dall’ultimo arrivato. Il confronto avviene tra persone deboli poiché ciascuno dei due costringe l’altro a mettere a nudo le proprie insicurezze e i propri limiti. Si dirà che in realtà esiste un rapporto asimmetrico in cui l’ospite ha più potere del suo interlocutore poiché, per così dire, gioca in casa, ma la paura può facilmente convincerlo che il primato che detiene non è sufficiente a reggere il confronto. Soprattutto non c’è potere che dia sicurezza se, per una causa qualsiasi, la cultura e i valori in cui si vive, già di per sé, attraversano una fase di smarrimento e di decadenza. È noto che i fondamentalismi di ogni genere affondano le radici nella crisi delle culture e trovano alimento nelle fasce sociali più deboli. Ma questo suona anche come un monito. Per non incorrere in uno scacco nell’incontro con lo straniero bisogna imparare a superare, o almeno, ad amministrare con saggezza le proprie debolezze.

L’estraneità come risorsa e come avanzamento
Ma non è scontato che l’incontro con lo straniero si risolva in una sconfitta reciproca o di uno dei due soggetti coinvolti. C’è chi ha ricordato che si è portati ad aprire lo scrigno delle confidenze, a dar sfogo ai problemi più intimi, piuttosto a una persona incontrata per caso che a un famigliare e talvolta anche ad un amico. Pare che questo dispositivo sia stato alla base della diffusione, la cui rapidità talvolta ci sembra prodigiosa, delle grandi religioni del passato. I monaci itineranti buddisti percorrendo le strade della Birmania o della Cina nei secoli che hanno preceduto l’era cristiana avevano modo di raccogliere una messe di effusioni e di abbandoni con cui scambiavano messaggi di quiete e di armonia diffondendo così con successo la filosofia del loro maestro. Lo stesso meccanismo lo ritroviamo nell’espansione del cristianesimo degli esordi, nella propagazione del francescanesimo o (mutatis…) nella propaganda delle idee rivoluzionarie dei secoli scorsi. Le idee devono avere gambe, si diceva (“Allons enfants…”). In un rapporto di questo genere lo straniero, come suggerisce Bataille, ci aiuta a misurare ciò che ci manca e spesso ce lo offre
6. Alcune ricerche sociologiche hanno messo in luce come le datrici e i datori di lavoro milanesi siano convinti che le colf o badanti filippine e sudamericane dimostrino una pazienza e una gentilezza nell’accudire anziani e ammalati che a loro stessi sono venute meno. Che affabilità e delicatezza siano diventate rare nell’orizzonte umano di questa città non nutriamo alcun dubbio e ci si potrebbe anche chiedere se quell’impressione sia autentica o se piuttosto non siano le colf e le badanti a sforzarsi di corrispondere ai desiderata (facilmente percepibili) dei datori di lavoro, tuttavia ciò che importa in questa sede è sottolineare come donne di altri continenti siano subentrate, nella realtà o nell’immaginario poco importa, nell’espressione di umanissimi sentimenti che una volta forse erano ritenuti più comuni anche nel nostro.

Lo straniero dunque riempie dei vuoti che lasciamo dietro di noi ma in altri casi porta dei pieni che prima non esistevano. Nel ritratto di Sombart
7, lo straniero è il protoborghese, il commerciante che grazie alla sua mobilità e spregiudicatezza, allo spirito di indipendenza e alla libertà di pensiero, è in grado di prendere le distanze dall’ordine costituito e a costruire nuove forme di organizzazione sociale ed economica. Lo straniero nella sua veste di mercante, di ebreo, di esule per motivi religiosi è stato raffigurato quindi come il protagonista della modernità. Si è trattato beninteso di migrazioni di élite culturali e sociali che in molti casi, detenendo conoscenze tecniche e scientifiche ed essendo libere da obblighi sociali e da legami istituzionali, hanno posto le basi della moderna impresa capitalistica. La teoria di Sombart potrebbe valere non solo nel campo economico ma anche in quello culturale. Non si deve dimenticare che il Rinascimento fiorisce anche grazie a una cospicua immigrazione a Firenze di intellettuali provenienti da Bisanzio. Cosimo il Vecchio seppe trattenere nella sua città uno stuolo di filosofi e teologi neoplatonici arrivati in occasione del concilio indetto dal papa e dall’imperatore d’Oriente nel 1439 nel vano tentativo di sanare il vecchio scisma religioso. Dopo la caduta dell’impero bizantino nel 1453 a questo primo nucleo si aggiunse una coorte più numerosa di intellettuali provenienti dal Vicino Oriente, sorse l’Accademia platonica e tanti altri circoli di studio e di dibattito che accompagnarono e stimolarono lo sviluppo degli studi umanistici.

Attualità dello straniero
Nel tratteggiare un rapido ritratto dello straniero ci siamo rivolti ad alcuni studi di sociologia classica. Ci si potrebbe chiedere però se questa figura conserva ancora la sua rilevanza in un periodo di crescente integrazione culturale ed economica a livello mondiale, di forte mobilità sociale che rende l’incontro con l’estraneo un’esperienza normale, di segmentazione dell’universo culturale in sfere eterogenee e indipendenti in seguito alla quale ogni esperienza di estraneità si rende relativa e, per così dire, si interiorizza in ciascuno di noi. Di fronte a questi fenomeni l’immagine dello straniero sembra frantumarsi e perdere i suoi contorni tradizionali. E tuttavia il contemporaneo e diffuso bisogno di appartenenza comunitaria, il ritorno di vecchie (o rinnovate) identità religiose, etniche e nazionali, fenomeni diffusi di intolleranza e di razzismo, ci indicano anche che, malgrado i grandi sommovimenti di questo periodo, lo straniero fuori di noi è ancora presente sebbene talvolta non sia così facile identificarlo. Lo stesso aggrovigliato e spinoso dibattito sui rapporti interculturali ci ricorda che le differenze di valore, di morale, di comportamento, di lingua esistono ancora e che la loro omologazione (se mai è possibile) è ancora lontana dall’essere compiuta.

Ma è necessario anche ricordare che lo straniero non viene solo dall’esterno, egli è continuamente prodotto e riprodotto in forme nuove anche all’interno di una compagine sociale. Si tratta dei soggetti marginali e degli outsider, naturalmente, ma anche degli originali e degli anticonformisti (l’eclisse degli appellativi “anticonformista” e “originale” nel linguaggio di ogni giorno dimostra, tra l’altro, quanto sia difficile attualmente scostarsi dalla “norma”). Oggi alcuni nuovi stranieri interni (i nemici interni di cui parla Park
8) sono forse quelli che spengono la tv, che rinunciano alla carriera in una professione di prestigio per aprire un ristorante o una rivendita di giornali, che abbandonano le metropoli per vivere in campagna, che scelgono modelli di consumo più sobri. Sono ancora pochi e nascosti e non raccolgono l’interesse di una sociologia e di un giornalismo spesso privi di immaginazione. Ma aumenteranno di numero.


(Articolo comparso ad aprile del 2005 su «La Mosca di Milano» N° 12).


NOTE

1 Omero, «Odissea», libro VI.
2 Ibidem, libro VI.
3 G. Simmel, «Excursus sullo straniero», in «Sociologia», Edizioni di Comunità, Milano, 1989.
4
C. Lévi-Strauss, «Razza e cultura», in «Lo sguardo da lontano», Einaudi, Torino, 1983.
5
A. Schutz, «The stranger: an Essay in Social Psychology», in «American Journal of Sociology», N° 49, 1944.
6
G. Bataille, «La part maudite», Les Éditions de Minuit, Parigi, 1967, p. 84.
7
W. Sombart, «Il capitalismo moderno», Utet, Torino, 1967.
8
R. E. Park, «Human migration and the marginal men», in «American Journal of Sociology», N° 6, 1928.