Lo
straniero che arriva è sempre nudo perché
è costretto a spogliarsi delle proprie esperienze e
abitudini. Sa che non gli sono più utili per comprendere
ciò che lo circonda. E ripete così il gesto umano
più antico in assoluto: quello di chi sorpreso a sbagliare
cerca di nascondere la propria vergogna. Egli appunto è nudo
perché
ha bisogno. Più
tardi, Odisseo, lo straniero per eccellenza, lavato e vestito a nuovo
(“integrato” si potrebbe dire), apparirà
a Nausicaa come un dio e ripagherà
l’ospitalità con il dono della narrazione:
“vengono tutti da Zeus gli ospiti e i poveri e un dono, anche
piccolo, è caro”2 (c’è forse un
verso di poesia più umano di questo?). Per millenni
l’ospitalità, forse proprio per questa ragione,
è stata sacra. Lo straniero era l’unica fonte
d’informazione su ciò che avveniva nel mondo: egli
in un certo senso era un dio perché conosceva ciò
che travalicava gli stretti confini della vita abituale e lo
raccontava. Anche il povero vagabondo era ricco poiché aveva
molto da narrare.
Ma Omero ci informa che anche la figlia di Alcinoo sarebbe scappata se
Atena non l’avesse trattenuta e non le avesse tolto il
“tremore dalle membra”. Odisseo, da parte sua, non
sapeva se avvicinarsi e abbracciarle le ginocchia o parlarle restando
lontano. Tra i due si instaura un rapporto stentato ed esitante di
vicinanza e lontananza che sono, secondo Simmel3, le caratteristiche polari e
inevitabili del rapporto con lo straniero. Egli non può
essere considerato isolatamente al di fuori di un rapporto di
interazione con coloro che lo designano come tale. Si presenta ai loro
occhi allo stesso tempo come minaccia e attrazione, come fonte di paura
e di interesse, di fascino e di ripulsa. Non è escluso dal
gruppo (altrimenti semplicemente non esisterebbe) ma non è
nemmeno incluso (altrimenti non desterebbe tanto contraddittoria
curiosità). Comincia così un gioco difficile e
delicato che può sfociare in uno scacco per i due soggetti o
per uno di loro. In forse è la stessa identità, a
volte la vita. In nessun altro caso come nel rapporto con il diverso
l’umanità ha costruito tanti rituali, cerimonie e
regole: segni di una scrupolosa cura, di una minuziosa cautela per
esorcizzare o prevenire l’insuccesso. Tanto più
diverso ci sembra lo straniero tanto più complicate si fanno
le precauzioni. Nelle religioni (cioè nel rapporto con
l’alterità assoluta), e in quella cattolica in
modo del tutto particolare, tutto ciò si condensa in modo
mirabile.
L’estraneità
come sconfitta e arretramento
Lévi-Strauss, scandalizzando un poco l’uditorio,
in un discorso tenuto all’Unesco nel 1971, affermava che un
certo grado di etnocentrismo fa parte integrante di ogni cultura e che
allontanarlo con i buoni sentimenti è in fondo assai poco
utile4. Il razzismo non consisterebbe
tanto nella convinzione della nostra peculiarità rispetto
agli altri quanto nel fondare su tale presupposto una
volontà di dominio e di sopraffazione. Non è
l’affermazione della differenza a fondare il razzismo
bensì la convinzione che essa sia il fondamento di un
rapporto di superiorità. Si può, credo, essere
d’accordo con questo assunto, ma allora se il razzismo non si
basa su una piattaforma “differenzialista” da che
cosa trae origine? Non si vuole e non si è in grado in
questa sede di rispondere a questa domanda ma l’affermazione
dell’etnologo francese può dare lo spunto a
qualche riflessione sul rapporto con lo straniero e con
l’estraneo. Il ricorso al pensiero di Schutz5
può aiutarci
a far luce
su un percorso che risulterà del resto abbastanza ovvio.
Per chi fa parte di un certo assetto sociale il modello culturale della
vita del gruppo a cui appartiene non rappresenta alcun interesse come
campo di ricerca e di osservazione. Egli non deve continuamente
chiedersi il senso dei gesti, delle frasi, degli strumenti spiccioli a
cui quotidianamente ricorre poiché sono dei presupposti
impliciti, assorbiti sin da
quando era bambino, che operano solitamente in campi molto limitati.
Per il nuovo arrivato invece, che non conosce affatto la cultura del
gruppo e che deve appena capire le nuove regole del gioco, tutto il
campo sociale diventa un terreno di esplorazione e di scoperta.
Tuttavia, libero da pregiudizi e senza più abitudini di
sorta (con occhi più freschi) egli è anche in
grado di scoprire tutte le inevitabili contraddizioni, limiti e
irrazionalità di quelle regole che all’ospite
sembrano del tutto ovvie e naturali.
Proseguendo sul sentiero tracciato da Schutz potremmo sostenere che
proprio da questo scarto può scoccare una scintilla di
incomprensione e ostilità. Ciò che avviene
infatti è il rispecchiarsi di due debolezze. Lo straniero deve
mettere in discussione i suoi valori e le sue convinzioni precedenti ma
l’ospite teme
che ciò in cui crede sia minacciato dall’ultimo
arrivato. Il confronto avviene tra persone deboli poiché
ciascuno dei due costringe l’altro a mettere a nudo le
proprie insicurezze e i propri limiti. Si dirà che in
realtà esiste un rapporto asimmetrico in cui
l’ospite ha più potere del suo interlocutore
poiché, per così dire, gioca in casa, ma la paura
può facilmente convincerlo che il primato che detiene non
è sufficiente a reggere il confronto. Soprattutto non
c’è potere che dia sicurezza se, per una causa
qualsiasi, la cultura e i valori in cui si vive, già di per
sé, attraversano una fase di smarrimento e di decadenza.
È noto che i fondamentalismi di ogni genere affondano le
radici nella crisi delle culture e trovano alimento nelle fasce sociali
più deboli. Ma questo suona anche come un monito. Per non
incorrere in uno scacco nell’incontro con lo straniero
bisogna imparare a superare, o almeno, ad amministrare con saggezza le
proprie debolezze.
L’estraneità
come risorsa e come avanzamento
Ma non è scontato che l’incontro con lo straniero
si risolva in una sconfitta reciproca o di uno dei due soggetti
coinvolti. C’è chi ha ricordato che si
è portati ad aprire lo scrigno delle confidenze, a dar sfogo
ai problemi più intimi, piuttosto a una persona incontrata
per caso che a un famigliare e talvolta anche ad un amico. Pare che
questo dispositivo sia stato alla base della diffusione, la cui
rapidità talvolta ci sembra prodigiosa, delle grandi
religioni del passato. I monaci itineranti buddisti percorrendo le
strade della Birmania o della Cina nei secoli che hanno preceduto
l’era cristiana avevano modo di raccogliere una messe di
effusioni e di abbandoni con cui scambiavano messaggi di quiete e di
armonia diffondendo così con successo la filosofia del loro
maestro. Lo stesso meccanismo lo ritroviamo nell’espansione
del cristianesimo degli esordi, nella propagazione del francescanesimo
o (mutatis…) nella propaganda delle idee rivoluzionarie dei
secoli scorsi. Le idee devono avere gambe, si diceva (“Allons
enfants…”). In un rapporto di questo genere lo
straniero, come suggerisce Bataille, ci
aiuta a misurare ciò che ci manca
e spesso ce lo offre6. Alcune ricerche sociologiche hanno
messo in luce come le datrici e i datori di lavoro milanesi siano
convinti che le colf o badanti filippine e sudamericane dimostrino una
pazienza e una gentilezza nell’accudire anziani e ammalati
che a loro stessi sono venute meno. Che affabilità e
delicatezza siano diventate rare nell’orizzonte umano di
questa città non nutriamo alcun dubbio e ci si potrebbe
anche chiedere se quell’impressione sia autentica o se
piuttosto non siano le colf e le badanti a sforzarsi di corrispondere
ai desiderata (facilmente percepibili) dei datori di lavoro, tuttavia
ciò che importa in questa sede è sottolineare
come donne di altri continenti siano subentrate, nella
realtà o nell’immaginario poco importa,
nell’espressione di umanissimi sentimenti che una volta forse
erano ritenuti più comuni anche nel nostro.
Lo straniero dunque riempie dei vuoti che lasciamo dietro di noi ma in
altri casi porta dei pieni che prima non esistevano. Nel ritratto di
Sombart7, lo straniero è il
protoborghese, il commerciante che grazie alla sua mobilità
e spregiudicatezza, allo spirito di indipendenza e alla
libertà di pensiero, è in grado di prendere le
distanze dall’ordine costituito e a costruire nuove forme di
organizzazione sociale ed economica. Lo straniero nella sua veste di
mercante, di ebreo, di esule per motivi religiosi è stato
raffigurato quindi come il protagonista della modernità. Si
è trattato beninteso di migrazioni di élite
culturali e sociali che in molti casi, detenendo conoscenze tecniche e
scientifiche ed essendo libere da obblighi sociali e da legami
istituzionali, hanno posto le basi della moderna impresa capitalistica.
La teoria di Sombart potrebbe valere non solo nel campo economico ma
anche in quello culturale. Non si deve dimenticare che il Rinascimento
fiorisce anche grazie a una cospicua immigrazione a Firenze di
intellettuali provenienti da Bisanzio. Cosimo il Vecchio seppe
trattenere nella sua città uno stuolo di filosofi e teologi
neoplatonici arrivati in occasione del concilio indetto dal papa e
dall’imperatore d’Oriente nel 1439 nel vano
tentativo di sanare il vecchio scisma religioso. Dopo la caduta
dell’impero bizantino nel 1453 a questo primo nucleo si
aggiunse una coorte più numerosa di intellettuali
provenienti dal Vicino Oriente, sorse l’Accademia platonica e
tanti altri circoli di studio e di dibattito che accompagnarono e
stimolarono lo sviluppo degli studi umanistici.
Attualità
dello straniero
Nel tratteggiare un rapido ritratto dello straniero ci siamo rivolti ad
alcuni studi di sociologia classica. Ci si potrebbe chiedere
però se questa figura conserva ancora la sua rilevanza in un
periodo di crescente integrazione culturale ed economica a livello
mondiale, di forte mobilità sociale che rende
l’incontro con l’estraneo un’esperienza normale,
di segmentazione dell’universo culturale in sfere eterogenee
e indipendenti in seguito alla quale ogni esperienza di
estraneità si rende relativa e, per così dire, si
interiorizza in ciascuno di noi. Di fronte a questi fenomeni
l’immagine dello straniero sembra frantumarsi e perdere i
suoi contorni tradizionali. E tuttavia il contemporaneo e diffuso
bisogno di appartenenza comunitaria, il ritorno di vecchie (o
rinnovate) identità religiose, etniche e nazionali, fenomeni
diffusi di intolleranza e di razzismo, ci indicano anche che, malgrado
i grandi sommovimenti di questo periodo, lo straniero fuori di noi
è ancora presente sebbene talvolta non sia così
facile identificarlo. Lo stesso aggrovigliato e spinoso dibattito sui
rapporti interculturali ci ricorda che le differenze di valore, di
morale, di comportamento, di lingua esistono ancora e che la loro
omologazione (se mai è possibile) è ancora
lontana dall’essere compiuta.
Ma è necessario anche ricordare che lo straniero non viene
solo dall’esterno, egli è continuamente prodotto e
riprodotto in forme nuove anche all’interno di una compagine
sociale. Si tratta dei soggetti marginali e degli outsider,
naturalmente, ma anche degli originali e degli anticonformisti
(l’eclisse degli appellativi
“anticonformista” e “originale”
nel linguaggio di ogni giorno dimostra, tra l’altro, quanto
sia difficile attualmente scostarsi dalla “norma”).
Oggi alcuni nuovi stranieri interni (i nemici interni di cui parla Park8) sono forse quelli che spengono la
tv, che rinunciano alla carriera in una professione di prestigio per
aprire un ristorante o una rivendita di giornali, che abbandonano le
metropoli per vivere in campagna, che scelgono modelli di consumo
più sobri. Sono ancora pochi e nascosti e non raccolgono
l’interesse di una sociologia e di un giornalismo spesso
privi di immaginazione. Ma aumenteranno di numero.
(Articolo
comparso ad aprile del 2005 su «La Mosca di Milano»
N° 12).
NOTE
1 Omero,
«Odissea», libro VI.
2 Ibidem, libro VI.
3
G. Simmel,
«Excursus sullo
straniero», in «Sociologia», Edizioni di
Comunità, Milano, 1989.
4 C. Lévi-Strauss,
«Razza e cultura», in «Lo sguardo da
lontano», Einaudi, Torino, 1983.
5 A. Schutz, «The stranger:
an Essay in Social Psychology», in «American
Journal of Sociology», N° 49, 1944.
6 G. Bataille, «La part
maudite», Les Éditions de Minuit, Parigi, 1967, p.
84.
7 W. Sombart, «Il
capitalismo moderno», Utet, Torino, 1967.
8 R. E. Park, «Human
migration and the marginal men», in «American
Journal of Sociology», N° 6, 1928.